Chi vince perde, è il paradosso dell’informazione da cui siamo partiti

L’informazione si dissolve mentre trionfa, è il paradosso sui cui si ragiona da molti anni, un “chi vince perde” à la Sartre. Nel momento in cui dai social ai big data è un trionfo di informazioni e delle loro condivisioni, in epoca in cui pensiamo che se una notizia è davvero importante sarà lei a raggiungerci, in quel momento il mondo dell’informazione va in pezzi. Una sorta di lberalizzazione del mercato dell’opinione. Da qui siamo partiti nel pensare ai corsi di Ventuno e alla ricerca di Ventunolab. Grazie a Luca De Biase che nel suo blog ha spiegato perfettamente uno dei punti chiave dei nostri corsi:

I corsi di Ventuno sono “beni esperienza”

«Sembrano dedicati a giornalisti. Ma proprio la stessa ragione per cui il giornalismo si diffonde molto oltre il business dei giornali (che avendo perso il monopolio delle notizie non se la passano tanto bene) spiega perché questi corsi di Ventuno servono a professionisti diversi: servono a chiunque voglia gestire siti, capire fatti, condividere informazioni per sviluppare un suo business».

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Sconfitta dell’informazione, ora sono le aziende a fare giornalismo

Si chiama «Richmond Standard» e si propone di fare «informazione guidata dalla comunità locale», offre notizie, cronaca e sport, è un giornale locale di Richmond, California. E finora nulla di strano. La differenza con le altre testate è che è di proprietà della Chevron, la società petrolifera da 240 miliardi di dollari di fatturato che qui possiede una raffineria che nel 2012 prese fuoco mandando in ospedale 15mila persone. Con la chiusura di molti giornali locali, ora ci si informa alla Chevron. Il principale quotidiano dell’area, il «San Francisco Chronicle», tuona contro questa compromissione fra due mestieri molto diversi per quanto simili, comunicazione (pubblicità, pubbliche relazioni) e informazione (giornali, radio eccetera). Ma la direzione è quella, le aziende che diventano editori. E non riguarda solo Richmond.
I siti azienda (od owned media) sono infatti una tendenza che nasce in epoca di native e brand advertising, il cosiddetto corporate journalism, l’informazione fatta direttamente dalle aziende. Perché uno dei pochi punti fermi della crisi dei giornali è proprio il contemporaneo trionfo, sia in termini di numeri sia di dinamiche, del mondo della comunicazione: negli Usa, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, per ogni giornalista ci sono ora 4,6 comunicatori, dieci anni fa il rapporto era di uno ogni 3,2. In Italia il calcolo è più complicato dato che negli uffici stampa molti hanno il tesserino da giornalista, ma il settore complessivo della comunicazione, secondo i dati di una ricerca del Politecnico di Milano e di Assiocom, ha un giro d’affari complessivo che vale circa l’1% del nostro Pil. E, nel campo delle sole public relations, il novanta per cento dei soci Assorel ha dichiarato un fatturato positivo nel 2013 rispetto al 2012. Musica rispetto al devastante panorama dell’informazione: è dal 2001 (con l’eccezione del 2006) che calano le copie vendute dei quotidiani.
Non è un caso allora che sempre più aziende si stiano convertendo in editori anche alle nostre latitudini: nella ricerca del Politecnico risulta che «il 44% delle imprese dichiara che investirà la maggior parte del proprio budget negli owned media».

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(Mio articolo su Nòva, l’inserto di tecnologia del Sole 24 Ore, pubblicato il 23 novembre col titolo “Quando le aziende fanno giornalismo”.  Gli altri articoli che ho pubblicato quel giorno su Nòva sono nella sezione dei miei pezzi in italiano)