Da Scelta Civica ai giornali, l’errore è sempre quello, la società civile non esiste più

In requiem di Scelta Civica la politica si prende una rivincita sulla cosiddetta “società civile” e sulla sua presunta forza moralizzatrice. Ma Sciolta Civica, come fu prontamente ribattezzata, sembra solo l’ultimo degli abbagli sul concetto di società civile. La domanda non è infatti se i cittadini siano davvero così più virtuosi e morali dei politici (un punto su cui è lecito nutrire multi dubbi) ma se il riprodursi di queste istanze moralizzatrici non vada sempre a fallire (ricordate la Rete di Orlando?) per la semplice ragione che la società civile si è rivelata una chimera o forse il ricordo di un passato. Una domanda che, per chi come chi scrive si occupa ogni giorno di informazione, ha un suo corollario anche per i giornali: che futuro possono avere se prima sparisce la pubblicità e poi, appunto, la società civile? Che fine ha fatto infatti quest’entità che fu definita da Bentham come il “tribunale incorruttibile”, quella la cui nascita e il cui sviluppo hanno storicamente seguito passo a passo quello della stampa? È vero che il concetto classico di “società pubblica” è tecnicamente morto, come si evince da uno dei suoi massimi teorici, Jurgen Habermas? Perché se è così, allora dobbiamo annoverare anche questo fra i cambiamenti epocali del mondo dell’informazione e della politica, uno di quelli centrali per capire come funziona l’influenzamento dei processi decisionali. Se è così allora anche Podemos e Siryza sono palafitte sulla sabbia? Per cercare di rispondere dobbiamo prima capire due altri grandi cambiamenti che avvengono sullo sfondo.

Prima di tutto lo spostamento di focus dell’innovazione, che, mentre nell’epoca dell’industrializzazione ha riguardato soprattutto il lavoro fisico, ora ha come principale campo di applicazione proprio il lavoro intellettuale su cui si è costruito il concetto moderno di borghese (che con l’età moderna segue i criteri dell’istruzione e non si applica più, come accadeva prima, agli artigiani e ai “commercianti da banco”). E poi la “scomparsa del pensiero” come la definisce il Financial Times, vale a dire la sparizione non solo delle grandi narrazioni (come aveva già ben compreso il pensiero postmoderno) ma anche della loro rilevanza pubblica. Davanti a fratture di questa portata, che ruolo può avere allora un giornale di informazione nell’epoca in cui sparisce il suo sottostante, la pubblica opinione? Chi influenza cosa? E che ruolo possono avere i nuovi movimenti?

Chi ha ucciso l’opinione pubblica? Breve cronaca di un assassinio in piazza

Per capire cosa sia successo al nostro concetto di opinione pubblica distinguiamo subito almeno tre fattori che hanno determinato la sfera pubblica come la conosciamo noi e che vengono ora a mancare.

  1. La concentrazione dell’attenzione

  2. Il carattere libero e pubblico dell’opinione,

  3. L’ esistenza di punti di mediazione sociale.

Il primo è proprio quello su cui mette l’accento Habermas, autore di uno storico saggio “Storia e critica dell’opinione pubblica” , scritto nel 1961 che lo rese subito celebre e su cui vale la pena spendere due parole. L’ultimo grande esponente della Scuola di Francoforte in quel libro spiegava tante cose fra le quali la nascita dopo il Medioevo del moderno concetto di “pubblico” (quello a cui restano ancorate le grandi scuole private inglesi che si chiamano ancora public school), e di quello ad esso strettamente collegato di “sociale”. Habermas mette in un continuum fra storia, diritto, sociologia e filosofia la nascita di quell’ idea di “pubblico” (il titolo originale sarebbe infatti Strukturwandel der Öffentlichkeit) che portò alla definizione di Bentham di un’opinione pubblica come “tribunale incorruttibile”. E racconta così anche della nascita del moderno giornalismo. Che, ad esempio, nel caso di quello politico, deve moltissimo ai Tory inglesi i quali, con Henry Saint-John Bolingbroke, nella prima metà del 1700, diedero vita al concetto di un’opinione pubblica governata “dalla fondazione di un giornalismo indipendente che cercò di affermare se stesso contro il governo”, concetto che è giunto fino a noi.

Giusto per intendere quello di cui stiamo parlando, diciamo subito che qui con “opinione pubblica” si intende il processo con il quale privati borghesi si sono costituiti in pubblico attribuendo alla sfera della loro attività raziocinante, cioè appunto a quella pubblica, la funzione politica di una mediazione fra stato e società. Quella funzione, per dirla con Burke, che permette il passaggio del dominio da matter of will a matter of reason, che poi è una delle forze delle democrazie occidentali. Ecco, dice Habermas, parte di ciò che è cambiato fra la data di pubblicazione del suo libro nei primi anni ’60 e oggi è proprio questo. Ciò che cambia fra il mondo della carta e quello attuale, spiega in un’intervista alla “Frankfurter Rundschau” è che “la sfera pubblica classica nasceva dal fatto che l’attenzione di un anonimo pubblico di cittadini veniva ‘concentrata’ su poche questioni politicamente importanti che si trattava di regolare. Questo è ciò che la rete non sa produrre: anzi la rete, al contrario, distrae e disperde”. E, continua: “ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è il collante inclusivo, la forza inclusiva di una sfera pubblica che evidenzi quali cose sono davvero importanti”.

Insomma, se si tratta del problema portare o meno gli Usa in guerra, certo che Obama deve tenere conto dell’umore dell’opinione pubblica, e lo stesso vale per i grandi fatti di terrorismo o le adunate contro l’austerity. Ma cosa essa sia, come la rappresenti in epoca di alta frammentazione sociale e come si costruisca questo umore è sempre più parte del problema che i media e la politica devono saper affrontare.

Il paradosso dei social media, sembrano democrazia ma producono censura

Il secondo criterio che un tempo era costitutivo della pubblica opinione e che ora le viene a mancare è quello del “pensiero libero e pubblico”, punto fondamentale per una vera discussione democratica. Perché dall’illuminismo in poi pensare con la propria testa equivale al parlare a voce alta. Scriveva Kant nel suo “Progetto per una pace perpetua”:“Si dice abitualmente: il potere supremo può toglierci sì la libertà di parlare e di scrivere ma non quella di pensare. Ma in quale misura e con quale esattezza sapremmo noi pensare se non pensassimo per così dire in comunione con altri cui comunichiamo i nostri pensieri e che a noi comunicano i loro!”

Eppure i social network sembrano avere incrementato proprio l’autocensura, o meglio ancora quel fenomeno chiamato nel 1974 dalla scienziata politica tedesca Elisabeth Noelle-Neumann “la spirale del silenzio” . Vale a dire il timore di esprimere la propria opinione in un contesto sociale per paura che il farlo potrebbe portare al proprio isolamento. Un recente studio del Pew Research Centre mostra come gli utenti di Facebook e Twitter siano impauriti dal pubblicare commenti sulla vicenda Snowden se questi sono in disaccordo con quelli della loro sfera sociale. L’86% di chi ha risposto ha detto di voler discutere di persona di questo problema con i loro amici e colleghi, ma solo il 42% degli utenti dei social aveva voglia di scriverne sulle piattaforme. In particolare gli utenti di Facebook hanno dichiarato di aver più interesse a scrivere commenti su cui sanno di trovare l’accordo della propria cerchia. Un esempio ulteriore degli effetti della “filter bubble”. Un bel paradosso per il “pensiero libero e pubblico”: nell’epoca dell’anarchia dei social, lo spazio per un vero dibattito pubblico si riduce.

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Su quanto possa essere “libero” il pensiero della pubblica opinione, si sono scritti tomi interi. Senza considerare fumose centrali occulte del potere/sapere che tanto piacciono ai complottisti è sufficiente chiedersi quanto siamo liberi di scegliere quando per capire un problema, data la complessità e la frammentarietà del nostro sapere, occorrono competenze specifiche che la maggior parte di noi non possiede. È come se la gran parte del pubblico sia condannato a commentare la periferia dei problemi, la panna montata che ne fanno i media per vendere, senza avere accesso minimo alla comprensione degli elementi fondanti un giudizio informato. Poi, certo, si può dire che vale quello che dicevano in proposito proprio i Tory inglesi di inizio ‘700: “non importa ciò che il pubblico sa, conta quello che sente”. Ma allora verrebbe a sparire proprio quell’elemento di raziocinio che abbiamo visto essere diventato determinante nel definire il concetto moderno di “sfera pubblica” come mediazione politica fra stato e società. Non si può certo affidare tale mediazione alla sola sfera delle sensazioni.

L’anarchismo dei social network promuove o limita la pubblica opinione?

La terza gamba del concetto di opinione pubblica che viene a mancare è appunto un centro di mediazione sociale. Lo si può intravvedere già in quello che dice Habermas ma per capirne la portata politica basta ricordare un esempio citato da Nick Carr nel suo libro “The big swtich” quando racconta di un esperimento di un’università americana. Hanno diviso un gruppo di lettori fra democratici moderati e repubblicani moderati, li hanno costretti a informarsi solo in rete per cinque anni e poi hanno visto l’effetto: al termine i due gruppi non riuscivano più neanche a confrontarsi, ognuno si era informato solo all’interno della propria bolla. La carta stampata era anche un luogo di mediazione fra diverse anime politico-sociali, un luogo dove si faceva sintesi.

Ora, in molti hanno risposto a Habermas negando la sue tesi spesso in nome della rete come massimo strumento di democrazia o di anarchica libertà vista quindi come massimo luogo dell’esercizio dell’opinione pubblica. Noi, in base ai punti visti finora, tendiamo qui a sostenere il contrario, che invece di darle potere, l’anarchismo verso cui tende il mondo dei social, ha fortemente contribuito alla sparizione di un’opinione pubblica. Non è solo e non tanto che mentre molti giornali in Italia si rifiutavano di pubblicare i volantini delle Br, mentre in Inghilterra non si poteva dare spazio agli appartenenti all’Ira irlandese, il prezzo di questa libertà è che ora anche i terroristi hanno un mezzo di comunicazione di massa. Ma che questo dobbiamo considerarlo fra quelle conseguenze e quei cambiamenti che, se accompagnati alla balcanizzazione della rete dopo le denunce di Snowden, portano a riformulare il concetto stesso di informazione e a chiedersi per quali tipologie di cittadini essa possa ancora avere una valore monetario e quali innovazioni questo comporti e abbia comportato finora. Insomma non si tratta solo di stabilire quali siano gli influencer nelle rete sociali con strumenti più raffinati di quelli attuali o di costruire sempre più prodotti verticali ma soprattutto di costruire gli strumenti di analisi, più ancora che quelli tecnologici, per identificare in questi reticoli la costruzioni di nuovi micro poteri e dei loro processi decisionali. Onde poterli rappresentare e saper descrivere le decisioni là dove esse vengono prese veramente. Tutto ciò, lamenta Henry Kissinger, diventa un vero problema politico nel momento in cui va ricostruito il legame fra potere e legittimità e lo diventa ancora di più nel momento in cui il potere stesso vive una decadenza che lo rende sempre più inefficace, una decadenza per cui chi arriva nella stanza del potere poi scopre sempre di più che se schiacci il bottone accade poco o niente, come spiega invece Moses Naim. In questo quadro qualsiasi movimento che voglia ispirarsi alla società civile farebbe prima a dire di volersi ispirare all’ippogrifo o a qualsiasi altra creatura fantastica, mentre per i media il rischio è di farsi portatori di istanze sempre più particolaristiche, nel senso del particulare, e di scambiare sempre di più questo piccolo acquario per il grande mare.

PS: quando abbiamo usato qui il concetto di società civile lo abbiamo fatto intendendolo come sinonimo di opinione pubblica e di sfera pubblica. In realtà il concetto ha una lunga storia. Lo abbiamo qui utilizzato basandoci su una definizione di società civile come momento del consenso e della lotta per l’egemonia contrapposto a quello stato a cui noi privati abbiamo ceduto il controllo della forza (un tempo si giravi armati, poi, almeno qua in Europa, lo stato moderno ha acquisito il monopolio della violenza). Ma ci sono tante altre definizioni possibili, la si può vedere come sinonimo di società politica (Hobbes), o come contrapposta alla società politica (Rousseau), o come momento intermedio fra società naturale, la famiglia, e società politica, lo stato (Hegel). Noi usiamo questa definizione, presa da Gramsci, solo perché ci sembra la più moderna, quella più in linea col pensiero di molti cantori delle pubbliche virtù della società civile.

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La killer app per vendere i giornali? La credibilità, lo dice Google (e lo confermano i dati)

Se i risultati economici dell’ultimo trimestre di Google vedono il fatturato crescere (+15%) ma fanno anche storcere il naso con quel 13esimo trimestre di seguito in cui il costo del click è in calo, nel mercato della credibilità la concorrenza ha invece sbaragliato tutti. Come si vede dal grafico qua sotto, presentato a Davos e proveniente dal Trust Barometer che ogni anno realizza una società di pr, Edelman, su un campione di 33mila persone in una ventina di paesi, e che monitora la fiducia in media, istituzioni, Ong,…. Negli ultimi anni questo barometro ha registrato la costante erosione nella fiducia nei media tradizionali, lo sappiamo, ma quest’anno i motori di ricerca fanno segnare il sorpasso  (64% contro 62%). E nel caso dei millenials la battaglia della carta si fa ancora più dura (72% contro 64%).

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In realtà, obiettano alcuni, questo grafico rischia di paragonare mele e pere dato che i motori di ricerca non producono informazione ma semmai la organizzano. Ma Google, si può rispondere, è un aggregatore, come l’Internazionale e Dagospia, solo infinitamente più sofisticato.

È inoltre da notare la crescente fiducia negli Owned media, vale a dire i siti aziendali trasformati in giornali, anche in base a quanto l’algoritmo di Google  permette di fare ora in questo campo (ne abbiamo scritto qui). In pratica che a fare informazione siano direttamente le aziende, in maniera aperta e dichiarata, per i lettori non intacca la credibilità della fonte.

 Una seconda slide riguarda soprattutto il mondo dell’informazione economica, qui per il web non c’è partita. Si nota come in questo settore quando c’è un grande notizia, una breaking news,  televisione e web si fondono del tutto (il riquadro di centro) mentre per il resto la Rete è chiaramente dominante, sia come prima fonte di informazione (il riquadro di sinistra) sia come fonte di validazione delle notizie.

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Frédéric Filloux, uno dei due autori di Monday Note, uno dei migliori blog di analisi dei media, scrive che  dopo questi grafici è chiaro perché nei giorni degli attacchi di Parigi molti editori si siano trovati con oltre il 50% del traffico proveniente da Google. Un dato preoccupante per molti di loro, già in lotta col gigante californiano. Ma che è preoccupante anche per Larry Page «Non c’è bisogno di spiegare quanto questo metta pressione su Google (molto meno invece su Facebook che non è altrettanto preoccupato del suo ruolo come distributore di informazioni)», scrive Filloux. Ecco anche spiegato perché l’azienda di Mountain View punti così tanto alla diffusione del suo Trust Project, una serie di linee guida che i giornali dovrebbero adottare per aumentare la loro credibilità. Volendo organizzare tutto il sapere del mondo (questa la mission dichiarata), Google reclama un potere che diventa sempre più normativo. Non perché sia “buono”, come ha spesso ambiguamente preteso di essere, ma perché ha bisogno che il suo utente trovi davvero ciò che cerchi e in tempi brevi, altrimenti  rischia di perdere quote di mercato. E poi in fondo è propio Google che ci ha abituati all’idea che ogni domanda abbia una risposta.

Il fine di queste norme è ben sintetizzato da Filloux:

Google’s idea to implement all of the above is to create a set of standardized “signals” that will yield objective ways to extract quality stuff from the vast background noise on the Web. Not an easy task.

Le linee guida del Trust Project non sono editoriali, né di attività Seo: non dicono come meglio scrivere un articolo o quali accorgimenti usare per indicizzare meglio i contenuti (come ad esempio scrivere “Ministero dell’Economia” e non “Via Venti settembre”). Anche se l’esito vuole proprio essere questo ultimo, creare dei segnalatori di qualità che permettano di giudicare il valore in maniera appropriata per dargli maggiore rilevanza. I punti individuati da Google sono 5 e vanno da un codice etico per ogni testata, a una maggiore trasparenza sulle competenze degli autori, sulle correzioni e sulle revisioni dei pezzi (se volete leggerne una sintesi cliccate qua, se invece li volete leggere per intero cliccate qua). Per capirne l’importanza pensare che una delle funzioni base di Google si chiama proprio TrustRank definito come «l’insieme di calcoli che permettono di valutare la fiducia riposta nella persona X dai suoi amici, dai suoi conoscenti, e dalle cerchie sempre più lontane di contatti – fino agli sconosciuti che possono essere coinvolti solo dalla rilevanza effettiva dei contributi pubblicati». L’ha definizione è di Paolo Bottazzini e se volete capire come funzionano TrustRank, Knowledge Graph e gli altri modi con cui vengono organizzate le informazioni cliccate qua.

Insomma, questa attenzione alla credibilità e alla fiducia è nella natura delle cose sin dagli inizi. Anche chi scrive, nel suo piccolo, sei anni lavorò a un paper per la Fondazione Ahref per definire degli standard per l’informazione per il giornalismo della Rete. In questo caso si trattava di standard editoriali desunti dai manuali interni di varie testate (Nbc, Reuters, Newsweek, Bloomberg,…) ma la definizione di standard di qualità si rendeva già chiara perché con l’aumentare del rumore creato dalla crescente quantità di contenuti, la difficoltà a scremarli per qualità si fa esponenzialmente sempre più alta, oltre che sempre più politicamente ed economicamente rilevante.

E quanto con l’avvento della Rete e dei social sia centrale la credibilità nella definizione della qualità non lo si capisce solo studiando l’algoritmo organizzatore o leggendo il Trust Project, ma lo si può desumere anche da un’altra slide del Trust Barometer. Quella che mostra la fiducia nei media nel mondo. I paesi più interessanti in questo caso sono India e Brasile. Come capita ormai da anni nella prima la fiducia nei media cresce, nel secondo cala. Mentre in India, dove c’è un sistema di media lasciato in parte dagli inglesi, la gente che diventava più ricca consumava più giornali , questo nel Brasile del giornalismo latino, più connotato da una estrema vicinanza al potere e da una minore credibilità,  non accadeva.  Anzi, come ha raccontato l’Economist , in Brasile la crescita economica ha spinto verso un maggiore uso dei media online e dei social. La Folha de São Paulo, il maggiore giornale brasiliano, nel 2013 ha licenziato 24 giornalisti, il 6% del totale. Certo la credibilità è uno degli aspetti  (in India i giornali hanno costi bassissimi) ma il fatto che una maggiore ricchezza non abbia spinto i brasiliani a consumare più carta è certamente indicativo. In un sistema più credibile, come quello indiano, beneficiano tutti della crescita economica, in uno dove invece prevale lo scetticismo verso i media, come in Brasile, chi guadagna è solo l’online.  

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D’altra parte in tutto il mondo i  quality newspaper  (li chiamano così gli inglesi per distinguerli dai tabloid) stanno lottando in un ambiente ostile mentre cercano di capire cosa significhi qualità

“We’re in the middle of a storm,” says Jayme Sirotsky, a former president of the World Association of Newspapers. “Everyone is trying to produce quality news content and still stay profitable in a hostile environment.”

Da quanto visto appare allora chiaro che chi, per dinamiche proprietarie e per professionalità, sarà nella posizione di poter davvero includere nel concetto di qualità quello di credibilità, avrà già fatto un gran bel pezzo di strada.

Scritto da Jacopo Barigazzi